Edizione 2011 - Premio a Veronica Elisa Conti
per Le nebbie di Vraibourg

Veronica Elisa Conti "Tutto così rapisce il vento"

E’ all'insegna di questo verso del poeta francese Francois Villon che vorrei introdurre il romanzo di Veronica Elisa Conti, Le nebbie di Vraibourg, vincitore del prestigioso Premio Luigi Malerba 2011 nella sua prima edizione dedicata alla narrativa. Perché l'emblematico verdetto di Villon, ricorrente presenza intertestuale implicita ed esplici¬ta, suggella la forza dissacratoria del mistero che è il nerbo del tessuto narrativo. Ambientato in una Normandia presumibilmente di primon Novecento, il racconto si snoda lungo le tappe di un improbabile Bildungsroman, il romanzo di formazione del protagonista maschile, Etienne Dorin. Trascorsa l'adolescenza in collegio, il giovane, "un esposto, abbandonato in fasce e cresciuto grazie alla carità dei frati e di qualche borghese dalle tasche piene", viene assunto dal nobile Tancrède Des Essarts, signore di Vraibourg, quale istitutore del suo unico ed enigmatico erede, Dorian.
Come l'identità del protagonista è sospesa in un presente senza passato, così le coordinate spazio temporali del romanzo sono tratteggiate per essere immediatamente sfumate nel mistero: una nordica Normandia gelida e ombrosa circonda il castello della Guyenne (benché La Guyenne sia, geograficamente, collocata nel sud ovest della Francia), gemello letterario del "castellaccio" dell'Innominato manzoniano, che osserva minaccioso la vita avvolta nella menzogna della comunità di Vraibourg. La toponomastica ossimorica, che avviluppa il Vrai bourg in una rete di menzogne silenziose, coincide con una sospensione temporale. L'unico punto fermo dello svolgimento cronologico è il due novembre, il compleanno di Dorian, ma anche il giorno dei defunti in cui, ossimoricamente ancora una volta, nascita e morte si sovrappongono.
In questo contesto di sospensione spazio temporale il percorso narrativo ed esistenziale di Etienne si articola lungo una discesa agli inferi dalle risonanze dantesche. Il prologo, intitolato "Una questione metafisica ed empirica," ci presenta Etienne sullo sfondo di un breve flashback che motiva la sua decisione di accettare l'offerta di lavoro proveniente da colui che, come padre Marcel gli ha appena rivelato, era stato per anni il suo benefattore: "Guardò il suo volto riflesso nell'acqua del pozzo: aveva alternative?" Lo sguardo narcisistico di Etienne, che ne riflette l'immagine nell'acqua del pozzo del collegio, è tuttavia riassorbito da un altro sguardo:

Etienne scese dalla carrozza e guardò davanti a sé:
il castello della Guyenne si stagliava contro il cielo
scuro. Qualcuno lo osservava da dietro una tenda.

E l'argomento pragmatico ed "empirico" della sua decisione davanti all'immagine riflessa, ovvero accettare l'incarico per guadagnare abbastanza da poter finanziare gli studi universitari, è riassorbito in una "questione metafisica" che, secondo il significato letterale dell'aggettivo, va oltre l'empirico e il pragmatico, nella dimensione aleatoria di quello sguardo inconsistente e tuttavia così determinante, che risucchia Etienne nei meandri dell'identità interiore e sociale.
Inizia qui, infatti, la Prima parte, una Malebolge dantesca definita dalla voce autoriale "Il girone dei bugiardi". È in questa sezione che Etienne intreccia indissolubilmente il proprio romanzo di (de)formazione alle misteriose identità degli altri personaggi: Dorian Des Essarts, "volto bianco nell'oscurità", evanescente fantasma della "non presenza" che spesso scompare nella "madre nera", la "selva oscura" di dantesca memoria che circonda La Guyenne; Ophélie De Clary, l'amica dalla personalità attiva e indipendente, nemica ironica delle "matrone" borghesi e dell'ossessione materialistica della loro visione del mondo; Madeleine Muset, la luminosa fanciulla parigina giunta a risvegliare il ricordo proustiano, come suggerisce il suo nome, di una possibile felicità dei sensi ed una "gioia del quotidiano" mai vissuta da Etienne deprivato dell'infanzia; Dominic, il fedele maggiordomo dei Des Essarts, la cui "maschera" contenuta e cordiale mostra infine una "crepa" quando condivide con Etienne il ricordo della prima parola di Dorian; Thérèse Rougon, la vecchia deforme dal "riso catarroso che sfidava la morte", che si fa portavoce sgangherata della verità "brutta e banale" che il perbenismo moralistico di Vraibourg è sempre riuscito a velare. Infine, last ¬but not least, quella misteriosa figura femminile degradata, "accoccolata vicino a dei rifiuti, nell'ombra", che comincia a seguire Etienne fino a divenire la sua "ombra cenciosa". Questa pietosa larva umana, alla quale Etienne si riferisce repentinamente usando solo il pronome diretto "la", accresce quel senso d'inquietudine diabolica che ci riconduce al fantastico di Peter Schlemihls wundersame Geschichte (1814), una "storia straordinaria" tutta imperniata sulla dialettica tra identità e ombra.
Via via che la ricerca procede, Etienne apprende particolari sempre più sinistri sul proprio passato. Tuttavia, paradossalmente, proprio nel momento in cui faticosamente si ricostruisce, la sua identità si frammenta in una teoria d'immagini speculari che fanno della verità un simulacro vuoto, "come la pelle argentea sgusciata dal serpente". È a questo punto nella Seconda e ultima parte, che "l'odore del sangue" che le dà il titolo affonda quel guscio senza sostanza nelle sue nietzscheane radici "umane, troppo umane," ribaltando gli sviluppi narrativi dal maschile al femminile come è suggellato dall"Epilogo." Ciò che rende così inquietante ed avvincente la scrittura essenziale ed evocativa di Veronica Elisa Conti non è soltanto il mistero della frammentazione progressiva della e delle identità dei personaggi in una atmosfera ironicamente pirandelliana. Il verso di Villon "tutto così rapisce il vento" non coglie soltanto l'effimero delle molteplici verità individuali e collettive che nutrono il congegno narrativo del romanzo, bensì anche la transitorietà e interscambiabilità dei modelli letterari che ne formano l'arabesco intertestuale.
Cosicché la rarefatta atmosfera simbolista di cui sono spesso intrise le scene incentrate su Dorian Des Essarts, nel cui nome si fondono il Dorian Gray di Wilde (1891) e il Jean Floressas Des Esseintes di Huysmans (1884), si alterna ai toni crudi di un realismo naturalista alla Zola nel ciclo de I Rougon Macquart (1871 1893), che emergono con prepotenza, per esempio, negli interventi di sapore didattico di Thérèse Rougon. Ad amalgamare elegantemente gli elementi dissonanti di questo ibrido postmoderno, è proprio la forza dissacratoria del ritornello "tutto così rapisce il vento" tratto dalla Ballade en vieil langage françoys di Villon (1461 circa). Annientando con ironia tagliente l'avidità materialistica della società borghese, il memento mori di Villon risuona tra le righe del racconto, per esempio nell'episodio ambientato nell'opulenta sala da ballo del castello in cui si festeggia il compleanno di Dorian. Un "adunata delle streghe", come la definisce Ophélie, in cui il vecchio Tancrède avrebbe voluto individuare la futura compagna del figlio e quindi la futura salvatrice della specie:

Le famiglie di Vraibourg al loro massimo splendore.
Le madri strette in busti soffocanti che ne serravano
le carni pingui sino al collo. Le figlie giallastre e ma-
laticce oppure grasse di latte e burro, sontuosamente
malvestite. Sino ai capifamiglia in frac d'altri tempi,
riadattati con parsimonia ai corpi alterati dall'età
"Tutto così rapisce il vento". L’invidia mascherata dai
complimenti, salutavano il padrone di casa con de-
ferenza, i busti sofferenti negli inchini.

Ma all'estremo opposto delle "scimmie ammaestrate" di Vraibourg, strettamente imparentate a quelle "scimmiette" che il Principe de Il Gattopardo di Lampedusa osserva nauseato durante il ballo di gala della nobiltà palermitana, si stagliano le immagini femminili di Ophélie e Madeleine, artefici del mistero che permea il congegno narrativo di una vitalità che va al di là dei modelli di genere.
Ed è proprio per questo mistero al femminile che Veronica Elisa Conti mostra di condividere, con la consapevolezza culturale di una giovane mente creativa del terzo millennio, l'aspirazione che ha guidato Luigi Malerba nel corso della sua opera: scrivere libri nei quali, "finite le parole (la lettura), il significato continua”.
(Margherita Heyer-Caput)

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Le nebbie di VraiburgDopo essere cresciuto in collegio, il diciottenne Etienne Dorim viene convocato dal nobile Tancrède Des Essarts per istruire il figlio. Arrivato al castello della Guyenne, il giovane viene presto invischiato nelle nebbie del mistero che avvolgono il piccolo paese normanno di Vraibourg.
A rendere più insidiosa la ricerca della verità è Dorian, il figlio di monsieur Des Essarts, che fugge via da ogni lezione per nascondersi, "animale immemore", tra le ombre del bosco che circonda il castello, in un buio che protegge e consola dalla consapevolezza di essere un ragazzo, dicono in paese, toccato da Dio.
IIn un inquietante scenario, intessuto di falsità e inganni, si muovono i personaggi de Le Nebbie di Vraibourg, avvinti da una caleidoscopica catena di eventi e intrecci imprevedibili.
Un romanzo sull'ambiguità che si macchia del sangue della vendetta; una celebrazione gotica del rancore quando si arma di fine e diabolica astuzia.

Giuria 2011 per la narrativa: Guido Barlozzetti, Manuela Cacchioli, Rossana Campo, Margherita Heyer-Caput, Paolo Mauri, Walter Pedullà, Lorenza Reverberi, Giovanni Ronchini, Franco Scaglia, Ornella Scarpellini da una classe del Liceo Classico Romagnosi di Parma, Presidente Irene Pivetti. Presidente onoraria Anna Malerba.

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